Mentre in mezza Europa dilagano sempre più partiti, e sottolineo partiti, populisti ed euroscettici, il Ministro degli Esteri, Emma Bonino (guarda il video), delinea con concretezza e pragmatismo l'unico scenario in grado di infondere nuova linfa al nostro Continente: gli Stati Uniti d'Europa.
Di seguito un' intervista al Corriere della Sera in cui ribadisce le sue posizioni:
ROMA - «Prendo molto sul serio
l'apertura di François Hollande. Quali che siano le ragioni che l'hanno
ispirata, per la prima volta Parigi segnala la disponibilità a una
rivisitazione dell'Europa che mi fa molto piacere, perché fino a poco
tempo fa era tabù anche solo parlare di modifiche ai Trattati. E ovvio
che le cose ipotizzate dal presidente francese presuppongano per lo meno
una revisione dei patti esistenti. Ma se si ammette il bisogno di una
riconsiderazione complessiva delle istituzioni e delle politiche, allora
si apre lo spazio per discutere se vogliamo un'Europa intergovernativa,
come temo Hollande abbia ancora in testa, oppure se ne vogliamo una
federale».
Anche da ministro degli Esteri, Emma
Bonino non dissimula il suo codice genetico «radicale, spinelliano e
federalista», riproponendo quella posizione ostinatamente tenuta per
tanti anni in minoranza, insieme a un minuscolo drappello di visionari
dell'Europa. «E' una posizione storicamente mia - dice nella prima
intervista concessa dal suo insediamento alla Farnesina
- ma è anche quella dell'Italia, visto
che di Stati Uniti d'Europa ha parlato il presidente Enrico Letta al
momento della fiducia».
Giuliano Amato dice
affettuosamente che lei è «sempre troppo avanti coi tempi». Il rilancio
dell'Europa federale è stato il tema conduttore del suo esordio alla
guida della diplomazia. In Parlamento e poi all'Università europea, lei
ha parlato della necessità di «un nuovo spartito», indicando il
federalismo come uno dei temi centrali della prossima presidenza
italiana della Ue nella seconda metà del 2014. Non rischia di essere una
fuga in avanti?
«No, se si riconosce che l'Europa sia
in una situazione insostenibile. Prendiamo l'esempio dell'Unione
bancaria, decisa più di un anno fa. Ancora non ci siamo, perché la
governance non funziona e quindi non possono funzionarne le politiche.
Il tempo non è elemento marginale: una cosa che va bene ora, non
funzionerà tra 5 anni quando il mondo sarà andato da un'altra parte. La
tesi secondo cui austerità e tagli da soli avrebbero portato alla
crescita, a trattati vigenti viene smentita da tutte le parti. Avere i
conti a posto è importante e in Italia lo abbiamo fatto, anche grazie al
governo Monti. Ma i costi economici sono alti (per tutti, compresa
prossimamente la Germania) e a questi si aggiungono quelli politici,
perché assistiamo allo sviluppo di populismi ed euroscetticismi che
assumono dimensioni preoccupanti, trasformandosi poi in nazionalismo e
razzismo, da cui la nostra Storia ci mette in guardia».
Ma perché l'opzione intergovernativa non funzionerebbe?
«Perché a forza di andare avanti sulla
strada dell'Europa delle patrie, si distruggono pure le patrie. Non
riesci neppure a governare una crisi relativamente piccola come quella
di Cipro. Sono federalista per convinzione e non conosco altro sistema
istituzionale al mondo in grado di tenere insieme in democrazia, Stato
di diritto e diversità 500 milioni di persone di lingue e storie
diverse. E non è una cosa esotica, lo abbiamo vicino, in Germania, dove
funziona. Non è pensabile cedere ulteriori competenze senza una
accountability democratica, senza che il presidente sia eletto, senza
che il Parlamento europeo, magari integrato da quelli nazionali, possa
votare la sfiducia. Non esiste una capacità di bilancio e imposizione
fiscale senza risvolto del controllo democratico, che fra l'altro non è
limitato solo all'aspetto economico».
Cosa vuol dire?
«Che esiste nell'Europa attuale anche
uno spread di diritti civili. Per esempio sul tema delle carceri e della
giustizia in Italia, o della democrazia costituzionale in Ungheria. Non
esistono cioè strumenti seri di correzione. Abbiamo criteri economici
forti per entrare nella Ue, meccanismi di monitoraggio efficaci:
procedure d'infrazione, multe, eccetera. Mentre sulla parte
democratica ci sono criteri forti per l'ingresso, ma una volta dentro un
Paese può cambiare la Costituzione eliminando la divisione dei poteri
senza che accada nulla come è il caso a Budapest. Oppure si può essere
come l'Italia, dove pare che il diritto alla difesa non esista più,
perché un processo che dura io anni non è più tale».
Dove ha sbandato il progetto d'integrazione?
«Si è fossilizzato sulla moneta unica.
Ci siamo fermati, aiutati dal fatto che l'euro, checché se ne dica, è
stato un successo strepitoso, perfino in questo sistema imperfetto, al
punto che ci si è dimenticati di andare avanti con le altre parti finché
siamo sprofondati nella crisi. La moneta unica aveva una governance da
bel tempo, con la tempesta non ha retto più».
Si è perso però anche il principio di solidarietà, la ragione per cui si è insieme...
«In realtà non abbiamo mai dovuto
praticarlo sul serio, perché non siamo mai stati messi veramente alla
prova: bastavano i fondi di coesione e le altre voci del bilancio.
Questa è la prima grande crisi e l'incapacità di dare risposte fa
passare il rifiuto della solidarietà dai governi ai cittadini. Popper ci
ha insegnato che in crisi ognuno si rivolge all'autorità più vicina per
trovare una soluzione. Per tre anni abbiamo preso misure appena
sufficienti a non esplodere: troppo poco e troppo tardi. La verità è che
solo un grande progetto di rilancio a tutti i livelli può appassionare
qualcuno. Non credo sia più possibile rimettere insieme l'Europa con i
piccoli passi. La bizzarria fantastica è che l'Europa continui a essere
un magnete di attrazione per tutti i popoli non europei».
Qual è oggi l'argomento forte del bisogno d'Europa?
«Nessuno di noi da solo ha le risorse o
l'economia di scala per riuscire a garantirsi un, futuro per le proprie
generazioni. La visione opposta è quella autarchica e nazionalista, la
tentazione di chiudere tutto che poi diventa razzista e fomentatrice di
guerre. Insieme siamo più forti sul piano economico e democratico».
Il ministro delle Finanze tedesco Schäuble dice che bisogna modificare i trattati anche solo per l'Unione bancaria. È d'accordo?
«Secondo me non vale la pena. Non è
vero che le piccole riforme siano più digeribili da un certo tipo di
Paesi. Comunque molti di loro sono obbligati a sottoporle a referendum. E
la gente non si rinnamorerà dell'Europa se gli dici che facciamo
l'Unione bancaria. Già era difficile innamorarsi di una moneta. Ci sono
però cose che toccano molto di più l'immaginario popolare. Non mi stanco
per esempio di chiedere cosa ce ne facciamo di 27 eserciti nazionali.
Sono 250 miliardi di euro. Abbiamo 2 milioni di persone sotto le armi,
nude, cioè non equipaggiate. Tant'è vero che ogni operazione di
peacekeeping diventa un dramma: equipaggiamenti, standard diversi,
sistemi d'arma diversi, in Libia dopo dieci giorni eravamo senza
munizioni. Oppure le infrastrutture, la ricerca».
E la sua idea della Federazione leggera?
«Sì, con un bilancio di appena il 5%
del Pil europeo: mettere in comune 4 o 5 settori, nulla a che vedere col
Superstato. Il resto lo lasciamo alla sussidiarietà. Non dobbiamo
diventare assolutamente omogenei. A differenza della mia amica Ulrike
Guérot, secondo cui l'Europa non si fa perché non ci si mette d'accordo
se è meglio pasteggiare a vino o a birra, penso che la nostra ricchezza
siano proprio la birra e il vino di ognuno dei nostri Paesi. Insieme
dobbiamo fare solo le cose che contano: esteri, difesa, sicurezza,
fiscalità, tesoro, ricerca, infrastrutture e ci metto anche
l'immigrazione. Le cifre più prudenti dicono che l'Europa avrà bisogno
di 50 milioni di immigrati entro il 2050».
In che modo il governo italiano dovrà muoversi per far sì che questa apertura francese non sia lasciata cadere?
«Il punto è capire quanta disponibilità
ci sia. Boutade a fini interni o meno come qualcuno dice, penso che sia
quel tipo di seme che una volta gettato assume vita propria. A noi
tocca curarlo, metterci l'acqua, un po' di concime. Se c'è un accordo di
massima, sia pure con resistenze comprensibili, questa dovrà diventare
l'agenda dei viaggi del presidente del Consiglio, del ministro degli
Esteri e di quello del Tesoro. Dobbiamo attivarci in tutti i forum. Così
potremo preparare un diverso tipo di elezione europea, con le grandi
famiglie politiche che indichino il loro candidato alla presidenza della
Commissione, dei commissari e del presidente del Consiglio, avere un
diverso dibattito in grado di coinvolgere ed entusiasmare la gente».
E la Germania, uscirà dalla cautela imposta dalle elezioni?
«Capisco che la campagna elettorale
abbia una sua dinamica e imponga le sue regole. Ma al netto di questo,
Berlino ha sempre detto nessuna mutualizzazione del debito se non c'è
cessione di sovranità. Prendiamo la Germania in parola. Se è un bluff
andiamo a vederlo».
