lunedì 12 agosto 2013

Il condannato Berlusconi ha ragione: la giustizia nostrana va radicalmente riformata!

 

A ratificare la totale e indiscussa inefficienza della giustizia italiana non è solo il neo-condannato Cavaliere (le cui vicende giudiziarie non sono al centro di questo mio post e non influiscono sul senso di quanto scriverò), bensì i vari rapporti degli organismi internazionali che certificano quanto segue: il tempo medio stimato per la conclusione di un procedimento nei 3 gradi di giudizio è di 788 giorni. L'Italia è, e non c'è da andarne fieri, maglia nera tra i paesi dell'OCSE per la durata del processo civile: nel 2010 si sono impiegati 563 giorni per il primo grado, contro una media di 240 giorni degli altri Paesi OCSE. Tutto ciò, nonostante quanto evidenzia l'OCSE, il nostro Paese destini al sistema giudiziario la stessa quota di PIL della Svizzera (che è uno dei Paesi più efficienti a tal proposito). Inevitabilmente, tale comprovata inefficienza si ripercuote anche e soprattutto sul sistema economico nostrano, in quanto disincentiva eventuali investimenti stranieri.
Analoghi dati negativi riguardano anche il settore penale, oppresso da una arcaica organizzazione e dal bieco conservatorismo dell'ordine dei magistrati, restio a qualsiasi tipo di riforma. A tal proposito mi preme segnalare la raccolta firme promossa dai Radicali in favore di alcuni referendum sulla "Giustizia Giusta": per la responsabilità civile dei magistrati, per il rientro nelle funzioni proprie dei magistrati fuori ruolo, contro l'abuso della custodia cautelare, per l'abolizione dell'ergastolo, per la separazione delle carriere dei magistrati. E' evidente che, siccome tali referendum hanno ottenuto l'esplicito sostegno da parte del PDL, una buona parte della sinistra "togata", oltre - ovviamente - al populismo filo-grillino, si opporrà in maniera strenua al conseguimento di codesto obiettivo referendario. 
Una delle riforme dell'architettura giudiziaria da attuare è certamente quella della separazione delle carriere: in pratica nel processo penale accusa e difesa debbono diventare parti che operano su un piano di parità; uno accusa l'imputato e l'altro lo difende, uno raccoglie le prove che provano la colpevolezza e l'altro la sua innocenza, ed entrambi cercano di smontare le prove degli altri come meglio possono. Sopra di loro sta il Giudice terzo e imparziale che deve stabilire chi dei due ha torto o ragione. Ne consegue, anche se l'accusa è sostenuta da un magistrato (P.M.), questo deve essere diverso, appunto separato, dal suo collega che fa il Giudice: per ottenere questo obiettivo, l'unica soluzione è quella di prevedere per i magistrati due carriere separate: quella del Giudice e quella del Pubblico Ministero, e nessuno deve poter passare da un ruolo all'altro. 
Questa ed altre sono riforme che solo personaggi in malafede possono tacciare d'essere filo-berlusconiane (semmai si può additare Berlusconi di non averle mai davvero intraprese negli anni in cui è stato al governo). Ed infatti nientemeno che Giovanni Falcone ne auspicava la loro attuazione; questo è quanto il magistrato antimafia dichiarava nel 1991: "Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un Pubblico Ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l'obiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e PM siano in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell'indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell'azione penale, desideroso di porre il PM sotto il controllo dell'esecutivo. E' veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del PM con questioni istituzionali totalmente distinte".
 Un altro accenno lo merita la responsabilità civile "diretta" dei magistrati, premettendo che tale norma era già stata decretata dalla consultazione popolare avvenuta nel 1987 in occasione di referendum promulgati dai soliti Radicali. Ma l'allora Ministro di Grazia e Giustizia, Giuliano Vassalli, promosse una legge che allo stesso tempo accoglieva e mitigava il risultato dei referendum, escludendo che il magistrato potesse rispondere direttamente del proprio operato, facendo ricadere eventuali sue responsabilità sullo Stato. Ciò non avviene in altri Paesi europei, dove lo Stato, in caso di grave dolo del magistrato, può rivalersi sullo stesso. Il caso Enzo Tortora rimarrà l'emblema di magistrati che, invece di pagare severamente per gli scempi compiuti, hanno condotto indisturbati le proprie fulgide carriere.
Ci sarebbe tanto altro di cui discutere, dall'obbligatorietà dell'azione penale al ricollocamento delle funzioni della polizia giudiziaria, ma voglio solo concludere affermando che questo Paese non riuscirà mai a risollevarsi dal declino in cui sta precipitando se ogni qualvolta si provi a discutere di riforme della giustizia i soliti reazionari/manettari strepitano per aizzare l'opinione pubblica più bigotta e moralista contro misure che sarebbero oggettivamente auspicabili in un Paese che vuole dirsi davvero "civile".

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